SEBA E GAIA - associazione culturale i suoni di seba

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RACCONTI

SEBA e GAIA


Mi parte dalla pancia e non la posso più soffocare: è la sensazione chiara e vera che quello che sto per andare a fare è unico e indimenticabile. Passo attraverso le porte chiuse, sfido la fatica di incastrare una giornata diversa nella monotonia di un quotidiano, vittima e carnefice nello stesso momento. Ma non riesco più a sottrarre le mie mani già operose ancor prima che la testa capisca, ed eccomi ferma ad una rotatoria, in attesa di un furgone bianco, senza sentire caldo, fatica o paura. Incontro sorrisi familiari, in volti familiari, ma quegli stessi sorrisi mi paiono oggi identici al mio, al di là delle vite di tutti i giorni, come se un filo forte e trasparente tenesse strettamente uniti i nostri destini: Monica a Marcello, Marcello ad Alba, Alba ad Agnese, Agnese a Monica, senza un inizio e una fine.
Il viaggio mi vede incastrata sul pavimento del furgone stracarico al quale erano stati tolti i sedili e mi sembro una ragazzina in gita scolastica. Non ho chiaro né dove stiamo andando, né come si svolgerà la giornata ma affido fiduciosa le mie ore, abbandonandomi, come cullata, nelle braccia del destino. Mi accorgo di avere stampato in viso il sorriso di un entusiasmo non banalmente dettato da una scampagnata con la famiglia, quanto piuttosto da una apertura alla vita. Oggi il canale delle emozioni è stato debitamente dragato, pronto a ricevere qualcosa, nella convinzione che quel qualcosa ha il sapore buono, è trasparente e vigoroso allo stesso tempo.
Le terre della val di Chiana ci accolgono con una bellezza prepotente, sfacciata, orgogliose di quell’orgoglio che deriva da sguardi che non riescono a ribellarsi e soccombono ai colori, alle sinuosità, agli effetti di luce di un Luglio giunto ormai ai suoi ultimi giorni. E attraverso uno sterrato, che si perde tra distese di girasoli e campi di grano ormai mietuto, arriviamo alla Casetta della Riserva del lago di Montepulciano.






“Buongiorno, ben arrivati!” le parole di un sorriso… e scopro che questo sorriso sconosciuto è uguale al mio, a quello di Marcello, di Monica, di Alba; Nicola si aggiunge all’inizio senza fine e si mescola sapientemente ai nostri destini.
La terra del senese, quasi come a scusarsi della sua eterna supremazia, ci omaggia dei suoi prodotti e attorno alla tavola amorevolmente imbandita, tra una chiacchiera e un bicchier di vino, apponiamo un primo sigillo sulla trama di questo giorno.
Seguo un richiamo, lontano, ancestrale e percorro lo splendido camminatoio in legno rialzato sull’acqua della palude che precede la distesa del lago e che giunge alla torretta di avvistamento, che a breve aprirà al pubblico. Un airone rosso, preoccupato dai miei passi e dalle nostre voci, si alza improvvisamente e pesantemente in volo da un fitto canneto, lasciando Monica e me attanagliate dalla paura per qualche istante. Ogni minuto che trascorre dall’inizio di questa giornata ho la chiara percezione che la Natura, che fino alla mattina, sentivo come a caratteri minuscoli, stia trasformandosi, lettera dopo lettera, in uno stampatello enorme. Sta riprendendo in me il suo spazio, pacatamente e costantemente, quello che di diritto le spetta. Non posso ostacolarla, non devo perché altrimenti mi chiuderei al miracolo.
Fa caldo alle quattro del pomeriggio e non c’è un angolo di ombra lì dove Marcello ha già iniziato ad allestire la struttura portante dei suoi tam. E’ una struttura molto armonica, morbida che si fonde con gli alberi che le fanno da cornice, con il pratino tagliato di fresco, con un cielo di un celeste intenso punteggiato di tanto in tanto da piccoli stormi di aironi cinerini e gabbiani reali. Avverto che l’articolato portante e i suoi tam non saranno affatto ostacolo alla NAtura; questa è pronta ad accoglierli come certa di quanto ancora una volta, ma sempre più raramente, un uomo possa donarle. Non mi sottraggo all’adoperarmi per completare quanto prima possibile il lavoro e consentire a tutti di rifugiarsi nella zona del frutteto, all’ombra. Uno scambio morbido di ordini, di indicazioni, di silenzi, un andirivieni di staffe, traverse, piedistalli e teli colora e si fonde in quell’inizio senza fine, in un sorriso di NAtura e di uomo. Un altro sigillo alla trama di questo giorno.
Un nuovo sorriso e le parole del capitano dell’ecobattello: “Si salpa!” Faliero, umbro di nascita, lacustre di adozione, ci accompagna con stile attraverso il paludoso canale che conduce al lago. Un chilometro quadrato di specchio d’acqua dove improvvisi nuvoloni che oscurano il sole si raddoppiano nel lago. Navighiamo sulle nuvole rovesciate, attraversiamo i canneti rovesciati e sfioriamo le cime delle sinuosità del versante umbro. Metto una mano in acqua e tocco la quercia solitaria sul campo di grano, il tetto della casetta di pietra, la faggeta e le sue fronde… Un’improvvisa nostalgia di quella terra mi coglie inaspettatamente… impossibile non pensare ad un trascorso non molto lontano, ed un nome mi risuona dentro…
Passeggeri di questo viaggio nel viaggio sono un padre ed una figlia, graziosa, con una treccia scura che le sfiora le spalle. Lei lo abbraccia stretto, gli si appende al collo, piccola e gracile. Ha scatti improvvisi, si dondola appesa al padre, assente al reale, presente in terra. Anche loro si uniscono alla lotta di sopravvivenza che tutti siamo tenuti a compiere, sopravvivono alla malattia, accolgono il dolore, donano un amore senza inizio e senza fine ma, con intelligenza e intuito, affidano le loro ore alla NAtura, concedendosi di respirarne la sua energia e abbandonarsi ad essa.






Vorrei il silenzio, Faliero ci prova e spegne il motore, e ci racconta che se il vento soffiasse nella direzione giusta riusciremmo a sentire gli starnazzi, i gracidare, i richiami…ma non tutti a bordo dell’imbarcazione conoscono le proprietà del silenzio ma soprattutto, non tutti si concedono la possibilità della fusione completa e, paradossalmente, pur essendo così chiaramente lontani dall’ordinario, ne ricercano continuamente appiglio, chiudendosi inesorabilmente al miracolo.
Rientriamo sulla terra ferma e Monica mi confida la sua ansia di non avere un giusto numero di persone ad ascoltare Marcello e lei, in quello che non sarà uno spettacolo, il loro spettacolo, ma un dono di vibrazioni. Io le conosco, ho già avuto modo di ospitarle in me e con loro ricongiungermi all’universo, ma capisco anche l’originalità di quanto accadrà, capisco anche la sua ansia. Poi, in lontananza lei scorge volti già visti, ospitati in altre occasioni. Con la sua consueta cordialità, li saluta, li accompagna (forse sollevata adesso da un riconosciuto) lì dove, a breve, Marcello, vestito di bianco, consentirà a noi tutti di prepararci al sigillo, il mio terzo in questa giornata.
Attorno ad un tam, separato da quelli già piazzati sulla struttura per lo spettacolo serale, vedo radunarsi occhi, alcuni pacati e fiduciosi, altri incuriositi e sorridenti, altri spenti e strascicati. Riconosco la bambina attaccata al collo del babbo, riconosco l’instancabile Nicola, l’affidabile Faliero e cerco gli occhi di Alba, quelli di Monica perché, per un attimo, ho paura. Non è facile per me trapassare dal concreto, da ciò che io credo essere reale e, respirando profondo, lasciare spazio sincero a ciò che credo essere impalpabile. Ma in fondo, ditemi, erano più vere le nuvole in cielo e la faggeta sulla sponda umbra o le nuvole e la faggeta che io toccavo nell’acqua del lago? Un meraviglioso e sconvolgente paradosso, non è vero?

Monica, dopo una breve introduzione di quanto andremo ad ascoltare, lascia suo marito solo, la schiena rivolta a noi  e un improvviso silenzio, morbido e avvolgente ci cala addosso. Marcello, quasi fondendosi con il bronzo del tam che ha di fronte, ne tira fuori suoni,  ai più, sconosciuti. Le vibrazioni penetrano dentro, scandagliano, raggiungendo ogni piccolo pertugio; si insinuano sfacciatamente, sicure di quale sia il loro scopo:  raccattano vecchia polvere, bonificano dalla muffa, ricuciono lembi strappati dall’usura fino al completo riordino di quell’interiore sempre troppo danneggiato dal mio vivere. Così come i suoni sono entrati, così escono da me, portandosi via la sozzura. La freschezza di quel nuovo “pulito” apre al respiro, profondo, “di pancia” come direbbe Marcello, ed ecco che riesco a “vedere” con gli occhi dell’anima, al di là delle stratificazioni. Anima-vibrazioni-universo-vibrazioni-anima in un ciclo primordiale senza inizio e fine. In un rinnovato sorriso, appongo il quarto sigillo alla trama di questo giorno.







Anche il canto dei tanti uccelli della Riserva si unisce improvvisamente a questa musica ma non solo, ne diventa protagonista insieme alle vibrazioni del  tam e la NATura aggiunge un’altra lettera in grande al suo nome.
Il sole ci regala uno splendido tramonto, sono tanti gli occhi che lo scrutano, che salutano e, quasi come trasportati verso un’interezza, si fondono assieme. I colori di un giorno che volge al termine danno una luce e una prospettiva diversa alla Riserva. Si accendono lentamente le torce lungo il sentiero che la taglia in due, si avvicinano citronelle ai tavoli, inizia un brulichio di piatti, bicchieri, voci e risa a cornice di una trasformazione. Gli ospiti, che prima erano un “UNO” di fronte al tam di Marcello, diventano un “TANTI” attorno ai tavoli: amici che si riuniscono, mamme e babbi che riacciuffano ragazzini saltellanti, nonni che lentamente si ritrovano seduti come di consueto in una sera ordinaria.
Monica, Marcello, Alba ed io ci andiamo cambiare, a turno, dentro il furgone: è stata una lunga giornata, calda, ci rinfreschiamo un po’ e indossiamo gli abiti dello spettacolo. Monica è bellissima nel suo vestito nero, arricchito da veli azzurri e turchesi, Marcello nel suo blu notte smorzato da una fascia rossa e guanti dello stesso colore, Alba nella sua eleganza sobria ma efficace.
Non ho avuto il piacere di ascoltare prima di stasera lo spettacolo degli zii, “Il Lamento di Gaia”, ma dovrò fare una breve lettura di presentazione e la cosa mi emoziona non poco, nonostante sia piuttosto avvezza a parlare davanti al pubblico. Sarà per il legame affettivo, sarà perché il contesto è ben diverso da un palcoscenico di un teatro di periferia…forse è perché non presenterò una commedia o un dramma, quanto piuttosto una “preghiera”.
Marcello inizia a far lievemente vibrare i suoi tam richiamando lentamente il pubblico: a breve lo spettacolo avrà inizio. Monica ed io siamo in posizione e basta uno sguardo di mio zio che io mi porto davanti e sorrido ancora, come sto facendo ormai da tutto il giorno. “Buonasera, ho il piacere di presentare…” e proseguo cercando con professionalità e cuore di far arrivare questo primo messaggio. E’ intenso il silenzio che segue il mio rientro dietro alla struttura dei tam, dura un attimo infinito e viene dolcemente spezzato dalla prima vibrazione poi dalla seconda e via via da suoni che si espandono in ogni dove.

Adesso Marcello non è più Marcello, non è più nemmeno il mio giovane zio, né il marito della mia cara amica Monica, né l’amico di Alba; egli è SEBA davanti ai suoi tam, intriso di quelle vibrazioni da lui stesso generate. SEBA invoca GAIA, sofferente e sfiduciata e, attraverso i quattro elementi, cerca quella che dovrebbe essere la naturale riconciliazione dell’uomo con la MadreTerra. attinge l’Energia purificatrice attraverso l’eterno scorrere dell’ACQUA; dà VOCE all’ARIA attraverso il VENTO, messaggero di sensazioni, chiede al FUOCO la sua FORZA e con sempre più vigore, scuote i suoi tam con il BATTITO della TERRA; un percuotere, quasi shoccante, in un estremo tentativo di rianimare ciò che da sempre esiste: la vita.






GAIA, dapprima ripiegata, serrata e ormai agonizzante, sente arrivare a sé l’invocazione di SEBA e, in un succedersi di stati emozionali diversi, che passano dalla reticenza ad un velato stupore, dallo sconforto di un lontano ma ancora sanguinante tradimento, al desiderio di una nuova rinascita,  lentamente, ma sostenuta da una sempre più penetrante vibrazione, si schiude. Prudentemente si guarda intorno, alla ricerca della fonte del suo risveglio; la cerca nell’erba, la cerca nell’aria, innalza gli occhi e spera di trovare nella volta celeste l’origine di quel richiamo. A questo punto, ormai stagliata contro il cielo, GAIA, con forza, grida il suo dolore, la sua solitudine, la sua fiducia tradita. Ma in quel lamento è contenuta la supplica di una Madre che ama, la preghiera di una riconciliazione eterna. Poi tace.
Tende il suo corpo e le flebili forze ritrovate la conducono verso il principio di quelle vibrazioni. Lì incontra SEBA, un uomo, ed è tanto lo stupore, la meraviglia nel vedere che non tutto è perduto: un uomo chiede di tornare a Lei. Emozionata e ormai definitivamente aperta al miracolo, GAIA si impossessa di uno dei quattro elementi, il FUOCO, lo porge a SEBA e ne condivide con lui il calore, la luce, e con questi, le emozioni di una ritrovata alleanza.
Il fragore di un applauso mi scuote da uno stupore religioso e, inebetita, affido alle mie mani il compito di convogliare la cascata di emozioni  che ho appena provato. Mi occorrono alcuni minuti per tornare alla Riserva, pur non essendomene mai allontanata.
L’immediata sensazione è quella di un’aria pulita, come quella che si respira dopo un temporale estivo; anche il buio della notte riesce ad accentuare i colori degli alberi, dell’erba, delle stesse stelle.
Inizia poi un andirivieni di pubblico dagli occhi accesi; strette di mano e complimenti però non bastano a ringraziare SEBA e GAIA di un regalo unico da custodire intimamente.
C’è gioia, c’è frescura, c’è speranza tra sorrisi rinnovati. Ed io appongo ora il quinto sigillo alla trama di questo giorno.
Riappare Nicola accompagnato da Faliero e con la sua solita instancabile vitalità, ci conferma la possibilità di un giro notturno sul lago, a bordo dell’ecobattello. Abbasso la testa e sorrido alla grandezza di un giorno senza fine.
Al fresco della notte, Marcello, tornato direttore dei lavori, inizia a smontare la struttura, passa e noi “aiutanti” camaleontiche, pali, traverse, teli e con tatto ricopre i tam, tranne uno, quello che verrà con noi sul battello.
C’è molta umidità, inizia a far freddo e la stanchezza non aiuta, ma l’entusiasmo di chi collabora a riporre le panche e i tavoli è un buon propulsore. Anche la sangria scaldata da Nicola al bar della Riserva apporta quel fervore utile a completare il riordino e ci accompagna un po’ barcollanti verso l’imbarcazione.
Faliero ha sapientemente illuminato la banchina con le torce, possiamo così facilmente vedere il pontile scaldato dal giallo del fuoco. Il silenzio della notte viene rotto dal piccolo motore fuoribordo che il nostro capitano spegne di tanto in tanto per consentirci una navigazione più che mai immersa nella NATUra. E non ci delude il lago in versione notturna che si apre a noi dopo aver attraversato i canali della palude. Ora Marcello inizia a far vibrare il suo tam, precedentemente appeso a prua con una corda. I suoni sembrano propagarsi come onde circolari nel nostro intimo, e tutti noi passeggeri confluiamo verso un unico fulcro, fonte di buona energia.
L’acqua del lago, come già era accaduto nel pomeriggio, continua a restituire riflessi: alla mia destra vedo le luci di Montepulciano che domina alto sul lago e alla mia sinistra i lumi flebili delle cascine sul versante umbro. Ma ciò che attira la mia attenzione, e non solo la mia, è lo sconfinato manto di stelle che ci sovrasta e che si raddoppia sotto di noi, in superficie. Siamo circondati dal cielo che, senza la luce della luna, ci regala uno spettacolo mozzafiato. Ho brividi su tutto il corpo e non per il freddo, che qui sul lago, è smorzato, quanto per la sensazione meravigliosa di appartenere, insieme ai miei compagni di viaggio e a coloro che ho lasciato a casa, ad un inizio senza fine in un tutto tondo. Io sono parte interagente di questa NATURA che sta prepotentemente esplodendo attorno a me, e che, adesso, raggiunge la totalità del suo maiuscolo anche dentro di me…
Faliero, con il motore al minimo, ci regala un giro di 360° e come attraverso una scala a chiocciola ci alziamo a spirale verso l’alto. Poi il silenzio si fa così profondo che riusciamo a sentire gli starnazzi e i richiami della fauna che risponde alle vibrazioni del tam.
Guardo ad uno ad uno i viaggiatori notturni e sorrido nel constatare come ognuno di loro abbia, a suo modo, donato qualcosa di sé che poi si è intrecciato con il sé degli altri tessendo una tela intrisa di benessere.
Scruto il cielo, ancora una volta, ed ecco una e poi due e poi quattro stelle cadenti dalla scia lunghissima che tagliano la volta… e, come faccio ormai da undici anni, esprimo lo stesso desiderio. Ma questa notte, così avvolgente, elude le richieste di un’intera vita, cancella gli spasmi , spazza via il caduco e mi dona la sensazione di perpetuità senza fine.
In apnea, io appongo il sesto ed ultimo sigillo alla trama di questo indimenticabile giorno.

       Agnese


 
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